Pula - Prazz'e Ballusu
Carnevale di un tempo lontano – I ricordi di una spontaneità che non esiste più

[dropcap]A[/dropcap] partire della II^ metà degli anni ’60 e per circa un decennio, nel periodo di Carnevale, con i monelli del vicinato, (zona di Croccoleddu – parte bassa della via Nora – inizi via Corinaldi), eravamo adusi a vestirci da “Mustaioni”, che tradotto sarebbe “spaventapasseri”. Gli altri monelli del paese facevano altrettanto nei vari rioni: Su ponti, Su Casteddu, Is Argiolas, Mesu Idda… Il divertimento maggiore era quello di scomparire, perdere l’identità per intere serate, sotto una improbabile sovrapposizione di vari indumenti, imprestati per l’occasione da nonne, zie, vicini di casa, conoscenti: cappelli, sciarpe, scialli, giacche, fordette, tirati fuori per l’occasione dalla naftalina, perché allora non si buttava nulla. Si andava in giro ad importunare la gente in strada o bussare qualche porta, a volte ottenendone qualcosa… e per chiedere ai passanti, camuffando la voce

Chini seu? Chini seu?

che tiravano ad indovinare. Sempre, però, con rispetto e senza esagerare.

Nelle vie del paese si respirava quell’ intenso odore di olio d’oliva bollente, per la frittura delle Zippule, che buca le narici.

In ogni casa, o quasi, tirata fuori sa scifedda per comporre l’impasto, mani esperte procedevano all’amalgama degli ingredienti necessari per “stupire” i palati.

Se ne friggevano prevalentemente per uso familiare, ma, trattandosi di un qualcosa di “speciale”, era buona usanza mandare il fagottino (consistente in un “pannisceddu” lindo) con dentro le prelibatezze, già spolverate di tzuccuru, ai parenti più stretti ed ai vicini di casa, per riceverne in cambio uno identico, per forma e contenuti. Non c’era né stagnola né scottex.

Da “Mustaioni” si vestivano anche i grandi. Anche loro giravano in paese, facendo però capolino nei pochi bar allora presenti, che nulla hanno a che fare con quelli “moderni”, per allirgarsi un pò. Il mio ricordo sbiadito si sofferma su quello di Tzia Gigina, (era situato dove fino a poco tempo aveva negozio la fotografa Deliah) di fronte alla casa della mia infanzia, Tzia Lillina, dirimpetto all’attuale negozietto situato più o meno allo svincolo tra la via Nora e la via Amsicora, e quello di “ Tziu Su Crobu” in Pratz’e Cresia. In quei luoghi, ammorbati dal fumo delle sigarette “Alfa” e di Tzigarru, frequentato da incalliti giocatori di scopa e tresette, si consumava prevalentemente binu, muscadeddu e birroncini, talvolta allungati con gazzosa. Al posto dei bigné, americane o croissant trovavi ousu a tostau e pillonetaccula ammutau.
Non mancava, già allora, un tocco di modernità e i primi segni di globalizzazione: nella bottega di Tziu Chichinu Tatti, piena zeppa di ogni tipo di merce, impossibile da elencare, situata esattamente dove ora c’è il Bar Italia, in vetrina a Carnevale facevano bella mostra le mascherine di carta del Cow Boy, di Zorro, della Fatina e dell’indiano, con l’elastichino sottile per consentire di indossarle in faccia. A Carnevale, ajaiu Peppi Cancedda, che aveva il cinema (dove ora c’è il negozio di artigianato sardo, via Nora, tra la piazza e la chiesa) portava sempre pellicole spassose: Stanlio e Ollio, Franco e Ciccio…facendosi concorrenza spietata con Tziu Lullucciu Fa, che pure lui aveva il cinema, di fronte. E pure lui portava Stallio e Ollio e Franco e Ciccio. Da quanto ne so, comunque, mai hanno portato lo stesso titolo, la stessa serata.

Cessate le trasgressioni, già il giorno delle ceneri, noi maschietti, complici le mamme, andavamo all’affannosa ricerca di “rocchettu” (la piccola bobina di legno su cui veniva avvolto il filo) consultando le sarte del paese, indispensabili per costruirci su “strocciarrana” che sarebbe servito di li a poco per scandire le ore in Cida Santa.

Sembra un film…

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